Dalle macerie del muro al marketing della Ostalgie: Berlino 30 anni dopo

Cosa sarebbe successo se 99 palloncini colorati fossero stati spinti dal vento verso il settore sovietico di Berlino, così in alto da sembrare un velivolo nemico? Probabilmente una reazione militare esagerata avrebbe rotto il fragile equilibrio della Guerra Fredda.

Scommettiamo che la canzone di Nena è una delle poche che avrete provato a canticchiare in tedesco nella vostra vita, assieme a “Eins zwei Polizei”, naturalmente. La musica pop e rock giocò un ruolo fondamentale nei mesi precedenti e successivi al novembre del 1989. Eppure, 30 anni dopo, sembra che il marketing del ricordo sia affidato quasi esclusivamente alla ricostruzione delle atmosfere della Repubblica Democratica Tedesca.

La chiamano “Ostalgie, è una parola composta che in tedesco significa “Nostalgia dell’Est”. Vi ricordate la scena di Good Bye Lenin in cui il figlio della signora va alla ricerca dei mitici cetrioli Spreewald da regalare alla madre? Il vecchio adagio “si stava meglio quando si stava peggio”, ha sempre più presa negli abitanti della ex DDR, che tuttora ha il triste primato del peggior tasso di sviluppo della Germania, un po’ come il nostro Mezzogiorno.

Ma come è possibile prendere sul serio una nostalgia di un tempo tanto tragico?

Quella differenza tra muri che non vogliono raccontarvi

Leggendo i giornali e ascoltando i commentatori oggi sentirete sicuramente più o meno questa sciocchezza: “A Berlino il muro è caduto ma ci sono muri ancora oggi, ad esempio quello di Trump al confine col Messico�.

Arrabbiatevi, twittate, commentate, difendete la verità storica: i muri esistono da quando esiste l’uomo. Dalle staccionate dei villaggi, alle mura medievali, passando per le mura della propria abitazione. La funzione delle mura è sempre stata una e una sola: proteggersi dagli altri là fuori che potrebbero attaccarci, danneggiarci, avere brutte intenzioni.

La funzione del muro di Berlino era un’altra: nel 1961 quel maledetto serpentone di cemento venne costruito non per proteggersi dagli altri, ma per impedire la fuga della propria gente.

Già, perché dalla DDR le persone scappavano, costruivano tunnel, rischiavano la vita e morivano. Fuggivano verso Ovest, rincorrendo un anelito di libertà e la promessa di un futuro non compromesso dal regime.

La miseria causata dal comunismo era drammatica e l’unico modo per fare in modo che la gente non fuggisse da quell’inferno era imprigionarla. La propaganda era ancora più surreale: secondo la DDR il muro serviva per proteggersi dal pericolo fascista. Ecco che torna la tematica del muro, stavolta utilizzata a proprio favore: la barriera è sempre accettabile quando è di protezione, inaccettabile quando ha la funzione di un carcere.

Un giro con la Trabi

Trent’anni dopo Berlino si sveglia con un revisionismo turistico della storia, che sposa narrazione fattuale e mercato. Show business e didattica, uno di quei matrimoni divertenti, a cui si va volentieri.

Ci volevano ben 18 anni per avete una Trabant: i genitori la ordinavano alla nascita del figlio e la vedevano consegnata alla sua maggiore età, di un colore a caso. Era quello il lasso di tempo impiegato dall’industria pesante della Repubblica Democratica Tedesca per costruire le proprie autovetture, tutte uguali.

Se andate a Berlino nel giro di poche centinaia di metri avrete un giramento di testa, una sorta di sindrome di Stendhal storica: laddove c’era la cancelleria del Terzo Reich adesso ci sono solo rovine, mostrate tipo resti archeologici romani; proprio su quelle rovine venne costruita una sezione del muro, a sua volta abbattuto.

Poco più in là i turisti fanno la coda per farsi fotografare con le comparse vestite da militari al Check Point Charlie, una arruffata versione novecentesca dei legionari al Colosseo.

Poco più in là negozi di souvenir “ostalgici” e Trabant di ogni colore: anche tigrate, zebrate e rosa shock. Chissà cosa ne penserebbe Honecker se potesse vederle adesso, con i loro giri turistici a 100 euro l’ora che rallentano i viali già trafficati diKarl-Marx-Allee.

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Chi controlla i controllori?

I musei sono luoghi dove si radunano cose provenienti da fuori, da lontano o dal territorio. Oppure sono case di artisti o politici, consacrati alla storia. Il museo della STASI a Berlino è invece un ufficio. Tutto è rimasto come allora, pure la signora che serve il tè alla caffetteria all’entrata, con le tovagliette fatte all’uncinetto sui tavolini.

Dicono che gli appartamenti a Berlino Est siano diventati cool, dopo che le camionette bianche della polizia segreta della DDR non passano più caricando dissidenti politici e facinorosi, per un viaggio senza ritorno.

Gli uffici sono diventati un luna park storico a uso e consumo di visitatori che amano fotografarsi sulla scrivania dei burocrati comunisti, tra le macchine da scrivere, gli schedari polverosi e i gadget delle spie. Insomma, un turismo un po’ élite culturale un po’ cosplay.

Più un regime si sente minacciato, più sta per implodere, più rafforza paranoia e i controlli: il maggior numero di “collaboratori della STASIâ€� – le persone al servizio della polizia segreta che avevano il compito di spiare i propri vicini – raggiunse il suo massimo (150 mila circa) proprio nell’anno della fine: il 1989.

La Ostalgie come tendenza

Tutti quelli di voi che hanno passeggiato per Berlino si saranno chiesti se i frammenti di muro in vendita sono reali o sono solo banali calcinacci. Nel dubbio ne avrete preso anche voi un pezzo. Magari dopo una sosta in uno dei mille locali a tema guerra fredda che spopolano nella capitale.

Dunque, è vera Ostalgie?

Il marketing della nostalgia della DDR è probabilmente l’unica parte buona di questa (brutta) storia: la tragedia si esorcizza e diventa mercato. Nessuno sano di mente tornerebbe mai a quegli anni, eppure l’atmosfera di Berlino Est è più “esotica” di quella di Berlino Ovest, a noi occidentali tanto familiare.

Berlino Est e la DDR erano un viaggio nel tempo, un luogo fermo ad un periodo che in molti considerano ancora oggi l’età dell’oro: quegli anni ’50 e ’60 protagonisti di una nuova primavera di rigurgiti vintage che diventa souvenir nei negozietti per comitive, che diventa party in locali industrial, che diventa tendenza nei mercatini vintage.

Un modo per tenere viva la memoria storica passa anche dal marketing. Tutto accettabile ma, per favore, dopo aver acquistato un berretto con il martello e il compasso, non prendetevi sul serio.

 

*Foto di: David Mazzerelli

Source: http://www.ninjamarketing.it/

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